Paura e delirio a Las Vegas
Allucinante e allucinatorio questo Paura e Delirio a Las Vegas (traduzione italiana errata dall'originale Fear and Loathing in Las Vegas/Paura e Disgusto a Las Vegas). Ultima opera del regista ex Monty Python Terry Gilliam (già autore di film visionari come Brazil e L'Esercito Delle 12 Scimmie), il film è visceralmente legato all'omonimo romanzo autobiografico di Hunter S. Thompson uscito negli Stati Uniti nel "lontano" 1971. Immerso nella "drug culture" di fine anni '60 il romanzo ne racconta la breve ascesa e la violenta discesa attraverso le avventure a Las Vegas di due personaggi espressione tipica di quell'epoca di passaggio. Raoul Duke (uno straordinario Johnny Depp), pseudonimo fittizio dello stesso autore, dottore in giornalismo, e il suo strambo avvocato Dr. Gonzo (un irriconoscibile Benicio Del Toro). Stanlio e Olio sorpresi nel bel mezzo di un droga party, Don Chisciotte e Sancho Panza alle prese con i mulini a vento generati dagli effetti degli allucinogeni. Una straordinaria discesa negli inferi alla disperata ricerca dei gangli, dei frammenti, di un sogno americano in dissolvimento. L'assassino di John Kennedy, la guerra del Vietnam, e di li a poco Nixon e il Watergate. La fine di un'epoca, la frantumazione di un ideale.Baule ricolmo di ogni tipo di stupefacente, mescalina, etere, acido, erba, i due "non eroi" attraversano il deserto del Nevada per raggiungere Las Vegas. In città li aspetta il difficile compito di raccontare la famosa "Mint 400", sballata gara per centauri tra le dune del deserto americano. Ma ancor più difficile sarà sopravvivere alla loro epica ricerca del "Sogno Americano". Un luogo, un idea, uno spazio ormai (ri)chiuso su se stesso. Il ritratto della generazione "sesso, droga e rock and roll" viene stravolto, accentuato, distorto attraverso la lente deformante delle droghe. Raccontato utilizzando immagini che sono spesso sospese tra ilarità e orrore, tra oggettività e soggettività narcotica. Una psichedelia verbale appartenente al libro che viene tradotta nel film grazie ad un immaginario allucinatorio, ad un uso volutamente sgrammaticato della macchina da presa. Raro caso di relazione osmotica tra materia narrata e tecnica narrativa. Una sorta di perverso e prolungato stream of consciousness visivo: un cielo terso attraversato da stormi di finti pipistrelli, avventori di un bar che si trasformano in orripilanti rettili giurassici, elementi decorativi che prendono improvvisamente vita. Il film, seguendo lo spirito del libro, si sforza di non distinguere mai in maniera aprioristica tra realtà e fantasia, lasciando che la decisione finale spetti allo spettatore. Vedere a riguardo la straordinaria scena iniziale con l'attacco portato ai due protagonisti da un'orda di pipistrelli fittizi (?).Tutta la vicenda sembra svolgersi in una sorta di realtà parallela. Un mondo a parte che si basa su di una realtà "esagerata" dall'effetto degli allucinogeni. Una dimensione altra con la quale è possibile per i personaggi interagire in maniera consueta. Il viaggio iniziale attraverso il deserto assume allora un ben preciso significato simbolico. L'abbandono cosciente di ogni limite, di ogni convenzione sociale, di ogni valore. Un rito di passaggio che comporta come meta finale il ritrovarsi ad un livello animale primordiale, privati di ogni paura di essere uomo. Ecco giungere Duke e Dr. Gonzo nudi, purificati, di fronte alla massima espressione della finzione, del capitalismo sfrenato, della contraffazione: Las Vegas. Città del vizio, del gioco, della perdizione. Città appositamente creata dal nulla e circondata dal nulla desertico con il preciso proposito di essere valvola di sfogo alle lussurie e perversioni represse nella società. Un distaccamento mentale che diventa a Las Vegas anche separazione fisica. Mente e corpo viaggiano su due orbite diverse. A Las Vegas tutto è legalizzato, tutto è permesso, tutto è talmente finto da sembrare quasi vero. Così immersi nella massa forzatamente uniforme di turisti strambi che ne popolano le vie i due personaggi principali possono nascondersi mettendo in evidenza la loro diversità. Mostrando apertamente le loro stranezze i due si omogeneizzano al paesaggio umano che li circonda. La frustrante ricerca del Sogno Americano parte dal profondo della società, dalla massa e dai luoghi che essa popola. La "pop culture" si sostituisce in maniera brusca alla "drug culture". Tom Jones, "Mission Impossible", Humphrey Bogart le icone del nuovo che avanza. Non esiste risveglio catartico e risolutore in Paura e Delirio a Las Vegas perché non esiste la sostanza del sonno. Veglia e incubo sono generati dalla stessa materia prima, inscritti l'uno nell'altro. Paura, disgusto, orrore, delirio. Volontà di non volersi arrendere di fronte alla scoperta di un sogno perduto, di una possibilità mancata, del definitivo abbandono di un'epoca. Duke e Dr. Gonzo imbottiti di ogni tipo di droga, senza distinzione, senza preferenze. Abbandonati in preda a tremende allucinazioni, a subitanei ed imprevisti cambi di umore. Violenza e pianto, inettitudine e bruschi furori. Avvicinandosi al loro stato d'animo la pellicola procede a strappi, ignorando ogni coerenza logica, allontanandosi disordinatamente da qualsiasi centro narrativo. In una grande stanza d'albergo Raoul Duke fissa inebetito lo schermo televisivo. Sotto il suo sguardo diverso tutto scorre: il Vietnam, Nixon, Barbara Straisand, la contestazione giovanile. L'immagine televisiva trasborda dai limiti dello schermo e si riflette sulle pareti della stanza. Un iride enormemente dilatata sotto l'effetto della droga è in grado di recepire maggiormente i punti critici di una società che si frantuma. Il 1971 come il 1999. Anni che segnando la fine di un'epoca si aprono verso l'incertezza. La palpebra si abbassa, l'occhio visionario si chiude. Duke e Dr. Gonzo lasciano Las Vegas diretti a Los Angeles. C'è solo una strada che porta a Los Angeles: "Just two other freaks in the freak kingdom".
[ Fabrizio Pirovano ]
^ Post vagamente dedicato ad una persona - " I pipistrelli , i pipistrelli !!! " .
Opera sicuramente allucinata e se - ducente . Il colore si perde ed entra in una dinamica quasi ironica e dell'impossibile a mò di quadro del Renoir ( verde al posto del blu , violaceo al posto del rosa - proprietà commutativa nell'arte dei colori ? ) . Il senso poi , sembra quasi far di tutto per depistarci ... nonostante sembri esservi una logica melanconica alla visione dei titoli di coda . Perdiamo anche noi l'equilibrio durante gran parte delle immagini - corbellerie dei nostri . Un'ode va sicuramente fatta alla pancia del Benicio emerito , oltre che alle gambette esili del signor Duke (che molto mi ricordan quelle del Saimon ) . ^








5 Comments:
Leggendo la prefazione di "On the road" mi pare che questo film descriva alla perfezione uno scorcio di vita strampalata dei giovani della beat g.!vero?
>I.P. (le mie gambe sono meno esili di quelle di un tempo!!)
A proposito di Terry Gilliam: questo schizzoide fa parte di un gruppetto di fumettisti e/o comici che rispondono al nome di "Monty Python" di cui non ho capito ancora il significato ma credo sia una serie televisiva molto famosa ed amata in America tra i cui autori c'è anche Douglas Adams!
Inoltre uno dei film in top 250 (Idbm) è proprio: "Monty Python and the Holy Grail" (1975)!
>I.P.
p.s.: Paolo, devi ancora lavorare molto di fegato per raggiungere la silouette di Dr.Gonzo!
so che è un lavoro duro e ci vuole molto impegno ma i grandi obiettivi se li pongono solo i grandi uomini....
Ah Paolo ... rinunciaciii :) ... tu e stè citazioni senza senso ...
S.
il libroooooo!!!!!!! guardate il libroooooooooooooooooo!!!!!!!!!!
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